Le ali sognate Maeterlinck e il genio poetico del regno vegetale
• Umbria Green Magazine, 05 febbraio 2025Se la grazia floreale allieta e rasserena, ci commuove e al contempo istruisce la determinazione ammirevole delle piante a perseguire il loro fine tra mille ostacoli e impedimenti, a sbocciare e crescere nelle situazioni più estreme, incuranti di fallire.
Un implicito patto di solidarietà vige dalle origini tra la vita umana e quella delle piante. Erbe curative e salutari, alberi cosmici e dimore di divinità, radici sacre fanno parte da sempre del sistema di sicurezza esistenziale dei gruppi insediati nei diversi territori del pianeta. Ma è soprattutto l’evidente parallelismo tra il nostro sforzo intellettivo e la loro genialità ad alimentare le libere associazioni o la fantasia dell’umanità. Per questo Schopenhauer utilizza il processo del fiorire quale paradigma della personalità, di cui è fondamentale secondare le inclinazioni con una formazione coerente e opportuna.
Un estimatore e studioso della materia sui generis è stato Maurice Maeterlinck (1862-1949), poeta e drammaturgo, premio Nobel per la letteratura nel 1911, che vi ha dedicato un prezioso saggio intitolato L’intelligenza dei fiori (1907), scritto durante un inverno trascorso in Provenza nella villa di famiglia a Grasse, capitale dei profumi. Una prosa aerea intesa da Proust come un atlante illustrato dell’amore nella variante omosessuale in Sodoma e Gomorra (1921). L’autore, nato a Gand nelle Fiandre orientali, stabilitosi in Francia (tra Parigi e Normandia) e in tarda età negli Stati Uniti, morto infine a Nizza, aveva viaggiato a lungo nel Mediterraneo, Italia compresa. Oltre a firmare fiabe celebri ( L’uccellino azzurro ) e opere capaci di ispirare musicisti, ha pure trattato con garbo e competenza argomenti naturalistici, a cominciare dalla vita delle api, delle termiti e delle formiche. In particolare è la sua lettura del regno vegetale, coniugando scienza e simbolismo, a offrire spunti di riflessione e occasioni di gratuita estasi contemplativa.
Maeterlinck coglie in primis l’ambizione delle piante di invadere e conquistare la superficie del globo, con sistemi ingegnosi di diffusione, propulsione, aviazione, mille modi di staccarsi dal ceppo paterno e affrancarsi dall’ombra materna, scongiurando i pericoli del luogo natale. Se per noi è difficile valutare quale delle grandi leggi che ci opprimono sia quella che pesa di più sulle nostre spalle, per la pianta non ci sono dubbi: è la condanna all’immobilità dalla nascita alla morte. Quindi essa sa meglio di noi, che disperdiamo i nostri sforzi, a cosa ribellarsi, da cosa prender le mosse e le distanze, a cosa mirare. Tutto il suo essere si slancia verso un’unica meta, un solo disegno: sfuggire alla fatalità del basso, trasgredire la norma pesante e oscura, inventare o invocare un paio d’ali, penetrare in un mondo mobile e animato.
Sicché tali creature, nient’affatto passive o rassegnate, ci impartiscono lezioni di strategia di sopravvivenza, sfidando con audacia chimica, fisica, meteorologia, usando con maestria la prudenza e la lungimiranza, sottese da una volontà e una comprensione intrinseca delle cause finali in ogni operazione, un “ragionamento” ancor più sorprendente in quanto non basato su una attività cerebrale. E di converso ci impressiona l’inutilità dell’immane sforzo di alcune, pur creative e coraggiose, che non raggiungono lo scopo di diffondersi e proiettarsi altrove. Sono di fatto errori della natura, esperimenti e tentativi a vuoto, che pur fallimentari hanno ragion d’essere nel preciso compito da svolgere. Osservandole ci risulta più chiaro che in questo ambiente ritenuto fatale, organicamente routinario, non tutto è prestabilito e immutabile; a livello individuale infatti avvengono deviazioni, variazioni, modifiche di dettagli cruciali del meccanismo di base. E apprendiamo altresì che nell’ibridazione i miglioramenti vengono adottati prontamente dalle varietà arretrate. Quindi gli uomini, ultimi arrivati sulla terra, hanno rielaborato ciò che è sempre esistito, le invenzioni già realizzate senza brevetto.
Maeterlinck sottolinea che il Genio della Terra combatte, come noi, contro la massa enorme e oscura del suo essere. Si scopre a poco a poco, guidato da un ideale sovente confuso, nel quale si distinguono grandi linee che salgono verso una vita più ardente, più complessa, più spirituale. Se la Natura sapesse tutto, non sbagliasse mai, se ovunque, in tutte le sue imprese, si mostrasse perfetta e infallibile dall’inizio, se rivelasse in ogni cosa un’intelligenza incommensurabilmente superiore alla nostra, avremmo da temere e scoraggiarci, sentendoci vittime e preda di un potere alieno. Invece sentiamo che c’è affinità e sintonia, che non solo il nostro corpo è fatto della stessa materia, ma anche la mente attinge ai medesimi serbatoi, un unico fluido universale (divino per le religioni) penetra in modi diversi negli organismi, a seconda che siano buoni o cattivi conduttori dello spirito. Negli esseri umani la resistenza è minore, grazie al sistema nervoso, l’elettricità più sottile può diffondersi, una corrente che non è diversa e non proviene da altra fonte di quella dell’animale, del fiore, della pietra, della stella.
Quanto alla teatralità dell’agone riproduttivo, una rappresentazione sublime è messa in scena dalla Nigella damascena, spontanea nel Sud d’Europa lungo i bordi delle strade e ai piedi degli ulivi. Nel fiore azzurro tenue i cinque pistilli, regine in abito verde, sono circondati da schiere di amanti, gli stami, incapaci di raggiungerli. Passano le ore, lunghe come anni: “In seno a questo palazzo di turchesi e zaffiri, nella beatitudine dei giorni d’estate, ha inizio il dramma muto dell’attesa impotente, inutile, immobile”. Poi in un dato momento, obbedendo a un ordine segreto a conclusione della prova sostenuta, i pistilli si piegano all’indietro per raccogliere l’oro del bacio nuziale. Altro fenomeno suggestivo, richiamato da Proust nella Recherche , è quello dell’autofecondazione che porta alla degenerazione. La natura ha difatti eliminato a poco a poco i semi e le piante indebolite da tale processo, selezionando le anomalie efficaci, e l’eredità ha cristallizzato il lavoro del caso, perché i prodigi svaniscono nell’evoluzione biologica.
A sua volta l’Orchidea, indigena e selvatica, offre le manifestazioni più perfette e armoniose dell’intelligenza vegetale applicata alla fecondazione, non a caso furono studiate da Charles Darwin per illustrare la complessità degli sforzi floreali. In botanica del resto la maturazione comprende molteplici e affascinanti sfumature, ciascuna specie e famiglia modifica e perfeziona i dettagli in base all’esperienza, alla propria psicologia e alle singole abitudini. Ma qui, come in tutte le cose, il vero e grande miracolo inizia appena il nostro sguardo si ferma, molte verità sorprendenti giacciono nella penombra, basta citare le predilezioni di certe piante parassitarie, pronte a rifiutare un supporto sgradito e a cercare anche lontano il gambo più adatto al loro temperamento e gusto.
Sulle spietate leggi naturali ci rende edotti in silenzio la semplice Salvia entomofila, che si affida cioè agli insetti. Sa bene di vivere in un mondo in cui non c’è da aspettarsi compassione o aiuto disinteressato da parte di qualcuno, non fa vani appelli all’indulgenza dell’ape; la quale, al pari di ogni essere vivente che lotta contro la morte sul nostro pianeta, nondimeno esiste per sé e per la sua specie, non si preoccupa affatto di rendere un servizio ai fiori che la nutrono. Ed essi ricorrono all’esca del nettare con lo scopo di indurre l’insetto a compiere il suo “dovere coniugale”, suo malgrado o almeno a sua insaputa.
Altra maestra di vita è la Ginestra odorosa, appartenente alla famiglia più resistente, povera, sobria e robusta, che non si lascia scoraggiare da nessun genere di terreno e difficoltà. Da maggio a giugno i cespugli si ricoprono di una magnifica fioritura d’oro puro, i cui effluvi, mescolati a quelli del suo abituale vicino, il Caprifoglio, sotto la furia di un sole calcareo, dice Maeterlinck, evocano rugiade celesti, sorgenti dell’Eliso, la freschezza e la trasparenza delle stelle nelle cavità di grotte blu. In proposito, se il profumo merita l’appellativo di anima dei fiori, è perché la sua finalità è in parte ignota e immateriale, essendo gli insetti attratti dal polline e dal nettare pressoché inodori. Infatti Rosa e Garofano vengono trascurati, mentre i fiori di Nocciolo e Acero sono assediati. L’olfatto, oltre alla funzione pratica di servizio, ne ha perciò un’altra che appare esclusivamente estetica e ne fa il senso del lusso, l’unico in cui il piacere sia o appaia gratuito, dato che in natura non c’è gratificazione che non adorni una trappola di necessità.
Dunque le piante sperimentano le nostre leggi, le delusioni, i trionfi lenti e difficili. Paiono avere la nostra pazienza, l’amor proprio, quasi la stessa speranza e i medesimi ideali: “Come noi lottano contro una forza enorme e indifferente, che finisce poi per aiutarle”. La loro inventiva segue metodi cauti e meticolosi, percorsi faticosi, stretti e tortuosi analoghi ai nostri, ma compie anche salti inaspettati che portano all’improvviso una scoperta incerta a un punto di non ritorno. Pensiamo al grano, in origine sempreverde, che si moltiplicava per via radicale nella sua primitiva patria tropicale. Acclimatatosi ai climi freddi ha compreso l’utilità di passare attraverso lo stadio di seme per non morire durante la più rigida delle stagioni. E i fiori, che hanno preceduto gli insetti sul pianeta, alla comparsa di questi ultimi hanno dovuto adeguarsi alle abitudini degli involontari collaboratori, apprendendone e sfruttandone le passioni.
Maeterlinck invita inoltre a riflettere sulla correlazione tra condizioni ambientali e comportamento degli esseri viventi, argomentando sui flessibili costumi delle api. Alle latitudini calde con estati perenni, dove la fioritura non manca mai, esse dopo due o tre anni vivono alla giornata, si accontentano di raccogliere quel che è indispensabile per il consumo quotidiano, non fanno scorta di provviste. Pertanto, da un lato vi è l’esperienza ereditaria (frutto di un adattamento evolutivo lento, secolare, inconsapevole e fatale), dall’altro lato l’adeguamento rapido alle circostanze attuali, basato sulla diretta percezione e osservazione, sulla constatazione oggettiva.
Riguardo alla bellezza, essenziale per i sensi e lo spirito, non possiamo presumere di averne inventato una tutta nostra, è evidente che i motivi architettonici e musicali, le armonie di colori e di luce cui tendiamo derivino direttamente dal paesaggio terrestre e celeste. In particolare i fiori sono tra le massime espressioni del desiderio della Natura di mostrarsi bella e felice con i suoi tesori. Eppure non possiede minore lirismo l’albero solitario, la cui verdeggiante vecchiezza è greve di innumerevoli stagioni, emblema di calma e profonda serenità, slancio e resistenza necessaria, coraggio pacifico e perseveranza silenziosa.
Quando abbiamo superato la metà della vita e termina il periodo della meraviglia, allorché abbiamo contemplato tutti gli spettacoli che l’arte, il genio e il progresso dei secoli possono offrire, torniamo difatti a ricordi più semplici. A un orizzonte ormai purificato con due o tre visioni innocenti, immutabili e fresche, che vorremmo portare con noi nell’ultimo sonno, “se fosse vero che un’immagine può varcare la soglia che separa i nostri due mondi”.
Mattia Morretta